INTERVIEW: GO DUGONG

Mancano poche ore all’uscita di Curaro, il nuovo album di Go Dugong fuori su 42 Records. Un disco maturo e consapevole con alle spalle un percorso di ricerca durato anni che abbiamo cercato di raccontare in questa intervista. I ritratti sono stati scattati in cima al Duomo di Milano, luogo carico di misteri ed esoterismo come le influenze principali di quest’ultimo lavoro di Giulio Fonseca.

Era tanto che volevamo intervistare Go Dugong, perché ogni suo disco è un viaggio, una scoperta, e ci sono sempre dettagli da approfondire. Quando la musica non basta c’è il bisogno delle parole sopratutto per quanto riguarda un disco studiato a lungo come Curaro. Studiato non a tavolino, ma su una cartina geografica, arricchito da letture e viaggi, tra field recordings, fotografie sonore e atmosfere di paesi lontani. In particolare Curaro richiama l’Amazzonia e i suoi riti magici, l’Africa e i misteri delle sue tribù, la psichedelia dei canti andini a 4000 metri d’altezza e le antiche civiltà, quelle che già conoscevano lo spazio, le stelle e l’universo. A loro è dedicata la copertina disegnata da DEM, “una sorta di quadrato magico, a metà tra un geroglifico alieno e incisioni rupestri”.

Ciao Giulio, nei giorni che hanno preceduto questa intervista abbiamo ascoltato più volte Curaro e la prima considerazione che ci viene in mente è questa: sembrano 12 tracce che stanno già da qualche parte, nel senso che non sembrano più il raccontare di un viaggio o di un’esperienza in progredire, ma delineano confini precisi, c’è molta razionalità e consapevolezza del tuo territorio, ecco, noi abbiamo dato questa interpretazione. È come se Go Dugong avesse trovato un luogo tutto suo in cui mettere le radici e abbia scritto le nuove tracce senza mai uscirne come un vero indigeno di qualche tribù. Sei d’accordo?

Questo è un bellissimo complimento, avete colto nel segno. A parte le due o tre tracce in cui è presente una forte componente dub che le rende più “etichettabili”, gli altri pezzi sono più ibridi. Si sente la matrice “world” (passatemi il termine) ma non si riesce a identificarne l’esatta provenienza. Penso di aver fuso assieme tutto quello che ho ascoltato ultimamente creando una sorta di territorio misto, il mio territorio in cui differenti suoni provenienti da diverse parti del mondo si mescolano e vengono reinterpretati con l’unico intento di raccontare e musicare storie e ispirazioni.

Anche la parte più dub del disco non è così canonica a mio avviso. In Herzog ho inserito synth apocalittici e quasi sci-fi (come quell’arpeggio un po’ in stile Stranger Things), in Allen abbiamo un cantato soul dei Technoir e anche in Mextli la voce della brasiliana Soraia Drummond ti porta quasi da un’altra parte.

C’è anche meno field recordings rispetto a (Indian) Furs e un utilizzo quasi assente di sample. Come hai lavorato per la scrittura e produzione di Curaro e quali momenti della tua vita ha attraversato e quali esperienze ti hanno influenzato maggiormente?

Inizialmente ho cominciato a lavorare su questo disco cercando una sorta di “antitesi” di quello che era stato Novanta. Dalla metropoli alla natura selvaggia e alle nostre radici primitive. Ero appena tornato da Tokyo e nonostante fossi stato benissimo, ero comunque saturo di rumori, luci e input di origine artificiale. Sentivo come il bisogno di staccarmi da quella roba e ricercare un contatto con la natura.

Visto che abito a Milano e non in mezzo alla giungla ho usato come al solito l’immaginazione e leggendo un po’ di cosa qui è là, sia sul rapporto uomo-natura, sia sulla mitologia tribale, mi sono lasciato ispirare.

In generale ho trovato molte connessioni tra alcune credenze tribali e alcune teorie secondo le quali la nostra evoluzione sia stata condizionata dall’arrivo di alcune civiltà dallo spazio che hanno insegnato all’uomo primitivo come cacciare, curarsi e sopravvivere in ambienti anche ostili.

Questo ha influenzato tantissimo il suono di Curaro.

La scelta di utilizzare pochissimi sample riguarda appunto ciò di cui parlavamo nella domanda precedente; i sample rendono più difficile la creazione di quel territorio misto e personale. Rendono il pezzo facilmente assimilabile con un genere o un altro. A differenza di ciò che avevo fatto con Novanta o in A Love Explosion, qui ho provato a risuonare quasi tutto da zero con l’aiuto di amici musicisti. Inizialmente l’approccio nella stesura delle prime bozze è stato sicuramente quello da producer di musica elettronica. Col passare del tempo i pezzi sono cambiati tanto, grazie all’aggiunta di strumenti analogici come chitarre, basso, flauti, batteria, organi e synth suonati in maniera più libera e meno fredda possibile.

Ha influito tanto sul suono finale anche il fatto di averlo mixato in uno studio bello equipaggiato come l’Alpha Dept con il prezioso aiuto di Giacomo Fiorenza.

(Fotografia di Luca Orsi – Maschere e Costumi di DEM)

Troviamo molto affascinante e inquietante allo stesso tempo l’uso delle maschere per la comunicazione del disco. Qual è il loro significato?

E’ una scelta pensata per la dimensione live. Ho sempre creduto che la musica di Curaro avrebbe funzionato meglio con un supporto scenografico di un certo tipo, che aiutasse a coinvolgere maggiormente il pubblico e a viaggiare con l’immaginazione. Perfettamente in linea con il concept dell’album, sono tre personaggi immaginari, tre creature provenienti da altri mondi, esteticamente ispirati ad alcuni miti tribali, ma anche in questo caso a nessuno di essi in particolare.
Quelle che vedete in foto sono realizzate da DEM (a parte una che è una maschera bulgara – kukeri), con cui ho collaborato anche per la copertina dell’album e le cover di Nommo e di Vidita EP.

Immaginiamo che sotto una delle maschere ci sia tu, ma le altre due persone chi sono?

Gli altri componenti della band, bassista e batterista. Dal vivo useremo altri costumi, un po’ meno impegnativi per suonare, ma altrettanto potenti.

I titoli delle canzoni per te hanno sempre un ruolo importante, di solito non sei come quei musicisti che usano il primo titolo che gli viene in mente, e sicuramente in un disco per lo più strumentale anche i titoli creano significato. Avresti voglia di spiegarceli brevemente uno ad uno? 

È molto difficile spiegarli brevemente ma ci proverò:

MORAN: guerriero Masai, popolo che vive sugli altopiani al confine tra il Kenya e la Tanzania.

DAMBALLA WEDDO: è uno spirito del sapere nella religione vudù, simboleggiato dalla biscia o dal boa e vive vicino a fiumi e sorgenti.

VIDITA: è il titolo della copla cantata da Miriam Garcia. La copla è una forma poetica che serve come testo per canzoni popolari. Ha origini nelle comunitá rurali spagnole e con la conquista dell’America Latina venne adottata anche dai los coyas (comunitá originaria dal nordovest argentino e con radici in Bolivia).

MANDRAGORA: considerata una creatura a metà tra regno vegetale e animale, è una pianta alla quale in molte tradizioni popolari vengono attribuiti poteri sovrannaturali, un po’ per le sue proprietà anestetiche, un po’ per l’aspetto antropomorfo della sua radice.

NOMMO: sono spiriti antropomorfi venerati dal popolo Dogon del Mali. Provenivano dal sistema Sirio e sono descritti dai Dogon come esseri anfibi e rappresentati come pesci.

MEXTLI: dio guerriero nella mitologia azteca. Veniva chiamata “la Vecchia Madre da un popolo indigeno del Messico Centrale (gli Otomi), e rappresentava contemporaneamente terra e luna.

HERZOG: pezzo tributo al regista Werner Herzog.

ALLEN: pezzo tributo all’etnomicologo nordamericano John W. Allen che ha studiato, raccolto e fotografato funghi magici provenienti da diversi paesi del mondo.

YAKUMAMA: è un mostro marino nella mitologia indigena dell’America del Sud, lungo cinquanta passi, abitante della foce del Rio delle Amazzoni e delle lagune vicine.

KANALOA: Dio del mare nella mitologia hawaiana che rappresenta armonia, equilibrio, pace ed energia. Nella tradizione esoterica hawaiana, Kanaloa rappresenta il nucleo dell’individuo, o il centro dell’universo dentro di sé.

BOTO VERMELHO: è l’Inia, una specie di delfino diffuso nelle acque dolci dell’America Meridionale, che assume una colorazione rosea, talvolta quasi rossastra (da cui il nome in portoghese). Ci sono tante leggende attorno questo cetaceo, si crede che abbia poteri magici e abilità metamorfiche.

SHIFUMI: è come i francesi chiamano la “morra cinese” (il famoso gioco di mano “sasso-carta-forbici”) le cui origini non sono del tutto chiare. Alcuni scienziati pensano che risalgano addirittura alla preistoria.

La traccia con il nome che ci ha colpito di più è HERZOG, l’abbiamo scelta come nostra anteprima per due motivi, il primo è che il regista tedesco c’entra molto con l’amazzonia, con l’esplorazione, la natura, con le tribù, i vulcani e l’esoterismo, mentre il secondo perché è una delle tracce più dub di tutto il disco. Tu cosa pensi del vecchio Werner e perché gli hai voluto dedicare un pezzo?

Spesso è protagonista nei suoi film una natura selvaggia, ostile e primordiale. Tanto è maestosa e spettacolare quanto estremamente potente e in grado di sopraffare l’uomo. Quello che mi colpisce di Herzog è che la rappresenta per quella che è, ovvero come “caos, conflitto e morte”. Un film che mi ha segnato profondamente diventando il mio preferito in assoluto è Fitzcarraldo, soprattutto dopo averne scoperto i retroscena. I motivi vanno oltre alla bellezza del film in se. La cosa che che mi ha sempre affascinato è l’ossessione di Fitzcarraldo di raggiungere un remoto villaggio dell’Amazzonia trainando una nave oltre le montagne; la stessa che il regista ha mostrato nel voler terminare il film girando realmente l’impresa raccontata (nonostante l’incredibile sequenza di disgrazie, imprevisti ed incidenti accaduti nei due anni di riprese nella foresta amazzonica).

Altri film che hanno influenzato tanto il mio immaginario sono Cobra Verde e Grizzly Man, ma anche Aguirre, furore di Dio e Fata Morgana.

Pensi che in l’Italia il pubblico (quello nostro, non quello di Sanremo, eh) sia pronto a una musica non più contaminata solo dai generi, ma contaminata anche dai luoghi e da culture lontane senza la semplificazione dell’etichetta di “musica etnica” o “world-music”? E qual è la differenza con l’Europa e altri paesi?

Personalmente non amo molto il termine “musica etnica”.  E’ una definizione davvero molto generica e approssimativa, appiattisce un po’ tutto e tende ad escludere, mettendo in un unico grande contenitore tutto ciò che si differenzia dalla nostra cultura musicale occidentale. Musica araba e musica cubana sono “musica etnica” ma non hanno niente a che fare una con l’altra.

Seppur sempre molto generico e diverso come significato, preferisco allora “world-music”… Mi trasmette più inclusività, contaminazione tra varie culture. Dipende sempre dai contesti ma in generale cerco di chiamare ogni genere con il proprio nome evitando di privarlo della sua identità e di mettere tutto in calderone infinito.

Si parla di “musica etnica” quando sentiamo qualcosa di estraneo alle nostre tradizioni che non sappiamo bene come definire. Invece di informarci e capire di cosa si tratta è più comodo usare quel termine. In questo senso, per rispondere alla tua domanda, non so se il pubblico italiano sia pronto o meno: da una parte ti direi di sì, sicuramente il “nostro” pubblico è aperto e curioso verso nuovi generi e costumi non appartenenti alla nostra cultura, ma dall’altra non so quanto tempo passerà prima che certi suoni diventino la normalità nel nostro paese tanto da non sembrarci più così estranei da chiamarli col loro vero nome.

Restando solo in ambito musicale e evitando di sconfinare in temi sociali e politici, credo che in molti altri paesi europei il processo di integrazione culturale sia a uno stadio più avanzato, e grazie ad esso siano nati nuovi generi e suoni davvero molto interessanti, basti pensare al kuduro della scena angolana-portoghese (spinta dalle label Príncipe o Enchufada) oppure a MHD e alla scena afro trap di Parigi.

Forse è una domanda prematura, ma abbiamo letto qui che già tre anni fa stavi lavorando alla produzione di Curaro. Ora stai già pensando ai prossimi territori da esplorare per il tuo prossimo disco? Sì, questa è la classica domanda “progetti futuri? novità in arrivo” scritta diversamente. 

In realtà ho molte idee ma non so ancora bene a quale dedicarmi per prima. Sicuramente proseguirò col progetto Furs, realizzato questa volta con suoni registrati durante un viaggio in Marocco la scorsa estate. Ci sarà meno field recording di (Indian) Furs e più musica a questo giro, anche perchè nella giungla indiana, a differenza del paesaggio desertico del Marocco, hai molta più scelta di suoni. In Marocco ho dato più spazio a musicisti conosciuti per strada e alla registrazione di strumenti tradizionali. Dopo (Moroccan) Furs cercherò di capire che strada prendere, se più orientata verso il dancefloor o verso sentieri più sperimentali.

Artwork: DEM

Special thanks: Bizarre Loves Triangles
Foto & Intervista: RFM

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soundcloud.com/godugong
godugong.bandcamp.com

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