THE MAN WHO STOLE BANKSY

Domani, per due giorni, esce nelle sale The Man Who Stole Banksy. Abbiamo fatto qualche domanda a Marco Proserpio, regista e produttore di un film che di domande ne solleverà parecchie.

Sei anni di lavorazione, in giro per il mondo, con un viaggio che inizia vicino al muro che divide in due Betlemme. Quando Marco incontra per la prima volta Walid The Beast – tassista e body-builder palestinese – ancora non sa che sta per realizzare un documentario su un’opera di Banksy rubata dalla strada e messa all’asta su ebay per 100.000 dollari. Ma The Man Who Stole Banksy, sulle locandine italiane L’uomo che rubò Banksy, non è un film documentario sull’artista inglese, né si cerca di scoprirne la sua vera identità; piuttosto è un ottimo strumento che offre spunti e chiavi di lettura sulle incoerenze dei circuiti della street-art contemporanea e, ancora più importante, sulla situazione politica, artistica e culturale in Palestina, all’interno di un contesto di segregazione creatosi da quando quel muro è stato eretto nel 2000 dagli Israeliani.

La scorsa primavera il film è stato presentato a New York al Tribeca Film Festival, mentre in Italia è stato presentato per la prima volta al Torino Film Festival. Noi abbiamo visto il film per la prima volta mercoledì scorso all’anteprima milanese per la stampa al cinema Arcobaleno, in Via Tunisia. Alla proiezione erano presenti tanti amici di Marco Proserpio, ci siamo finalmente conosciuti di persona e abbiamo deciso di fargli queste cinque domande sul film:

Ciao Marco, intanto grazie per averci invitato alla proiezione dell’altro giorno. È stato bello vedere TMWSB insieme ad altri amici milanesi e appena finita la proiezione ho visto tutti che ti facevano i complimenti e ti abbracciavano. Sembrava un’atmosfera molto intima, diversa rispetto ai festival di Torino e Tribeca o sbaglio? Lì com’è andata?

Tribeca è uno dei festival più grandi in America ed eravamo in concorso con documentari che hanno una produzione gigante, ed anche per questo, spesso un altro linguaggio. Questo film ha invece un piglio molto punk (io lo continuo a vedere come una sorta di gonzo movie fatto da una piccola crew che gira per il mondo seguendo una storia apparentemente priva di senso) quindi lì, in mezzo alle più grandi produzioni americane, diciamo che si faceva notare. Anche solo per la sua diversità. Torino è stato invece la prima volta in cui lo hanno fatto vedere in Italia, quindi a suo modo una nuova emozione. C’erano un sacco di amici in fondo al cinema che tifavano per me e appena ho aperto bocca prima della proiezione hanno cominciato a tirare cose per tutto il cinema, sulla testa del pubblico in sala. Una bomba.

Tre foto inviate da Marco, nell’ordine: “per le strade di betlemme durante la terza intifada”, “con Penny Rimbau e Gee Vaucher del collettivo anarchico Crass”, “Around London”.

La voce di Iggy Pop, che a quanto abbiamo appreso è subentrata a documentario praticamente finito, ha dato una spinta più cinematografica alla narrazione del documentario, quasi indispensabile se si ragiona nell’ottica di proiettare il film nelle sale cinematografiche. Com’è stato lavorare con lui?
Hai seguito da vicino la realizzazione del voice-over, dirigendolo, o avete lavorato a distanza e più in generale quali sono stati i suoi feedback sul film?

L’idea di Iggy Pop era di per se una pazzia, una sparata da bar, almeno inizialmente. Volevamo una voce che fosse slegata in qualsiasi modo da qualsiasi idea di politica o anche di attivismo politico. Volevamo inoltre una voce punk, per quanto ti ho spiegato poco fa. Il primo nome che è venuto in mente a me e al producer Filippo Perfido è stato quello di Iggy Pop. Gli abbiamo mandato una mail con un link per vedere il film ed è sembrato subito entusiasta, rispondendoci dopo poche ore. Ha registrato a Miami, dove vive, e si è presentato in studio super preparato, con mille domande appuntate su un foglio dopo la visione del film. Sono molto contento del risultato e credo la sua voce, così wild ma anche così “anziana” (non dimentichiamoci che ha l’età di mio padre) aiuti molto a riportare la calma, presentando tutto quasi come una favola, permettendo di fermarci a riflettere in un documentario che altrimenti ha un ritmo piuttosto frenetico.

Abbiamo notato davvero molta cura sia nel ritmo del montaggio che nello sviluppo sonoro. Come hai lavorato con Matteo, Federico e Domenico? Quali sono state le tue indicazioni?

Domenico Nicoletti è il miglior montatore che io conosca e cerco di lavorare con lui ogni volta che ne ho la possibilità. Dopo una prima stesura che ho fatto in solitaria, cercando di riordinare il materiale filmato in oltre cinque anni, non vedevo l’ora che tritasse il mio materiale nella sua morsa. Volevamo distanziarci dal classico linguaggio documentaristico, spingendoci oltre, e sapevo che potevo contare sulla sua visione.
Per questo sono stati fondamentali in quella stessa fase anche Matteo Pansana, che ha curato i suoni e parte delle musiche del documentario, e l’accoppiata Federico Dragogna e Victor Kwality, che hanno prodotto più di un’ora emmezza di musica su cui Domenico ha poi potuto editare. Abbiamo lavorato tutti insieme, e tutti eravamo consapevoli di voler fare qualcosa che si distanziasse da quello che ti aspetteresti dal linguaggio classico di un documentario.

Un altro degli elementi più interessanti del film è che non dà un vero e proprio giudizio sulla street-art: The Man Who Stole Banksy usa l’opera rubata di Banksy “Donkey With The Soldier” quasi come pretesto per raccontare non solo la situazione artistica in Palestina, ma anche il rapporto tra mercato dell’arte attuale e il suo pubblico, tra gli speculatori e i collezionisti, interrogandosi sul significato vero e proprio della street-art oggi. In questi sei anni di lavorazione del film come sono cambiate le tue idee su tutto questo mondo?

Ho sempre seguito più la parte illegale di questo mondo. Vedere alcuni amici a vent’anni coprirsi il volto, rischiare multe commissariati e processi per dipingere un treno e vederlo passare una sola volta il giorno successivo, prima di essere ripulito, è una cosa che mi ha sempre fatto riflettere. Mi è sempre sembrato un gesto incredibilmente romantico, anche se nessun dei suoi protagonisti lo avrebbe mai definito così. Non sono ancora oggi un grande fan della street art più decorativa, quella per cui mi sveglio e davanti a casa mia trovo un volto di qualche personaggio del passato disegnato con grande tecnica su uno spazio concesso dal comune. Semplicemente non mi fa succedere niente nella testa. Quando ho iniziato, per caso, a girare questo documentario, non sapevo niente invece di muri rimossi e rivenduti ma mi sembrava un cortocircuito interessante della nostra società. Qualcosa di disegnato su un muro illegalmente, che poteva essere comprato legalmente, per poi finire nei salotti bene, senza una autenticazione, spesso ad un prezzo folle. L’intero documentario è basato su questa azione di rimuovere un’opera d’arte dallo spazio pubblico. Un gesto apparentemente semplice ma sempre controverso che, cambiandolo di contesto, assume significati diversi, portando alla luce priorità diverse. In definitiva per noi questo muro rimosso (raffigurante un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino) e questo “cortocircuito” sono stati la scusa per parlare di Palestina, di arte, ma soprattutto per collegare diversi puntini, apparentemente molto distanti tra loro, nel mondo. Questo film, questa storia, cerca di unire mondi differenti, contesti e punti di vista apparentemente lontani ma che coesistono nello stesso mondo.

Il film esce l’11 e 12 al Cinema in più di 300 sale in Italia. Come pensi che reagirà il pubblico quando andrà a vederlo al cinema? Sei consapevole che la maggioranza degli spettatori saranno dei fan assoluti dell’arte di Banksy, vero?

Come sempre succede, non ho idea di quale potrebbe essere la reazione. E sì, perché no, spero che un sacco di gente convinta di andare a vedere un film su Banksy, convinta di scoprire qualcosa sulla sua identità o altre cazzate di gossip, si trovi davanti interrogativi più grandi e faccia muovere qualcosa nel proprio cervello.

Chiudiamo l’intervista facendoti ascoltare la colonna sonora di The Man Who Stole Banksy, L’uomo che rubò Banksy, al cinema solo l’11 e il 12 Dicembre in tutta Italia. Buona visione.

WEEKEND MIXTAPE #34: RAILSTER (BEAT.IT)PIETRO COCCO: COMING CLOSER
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