10 anni di Parasite 2.0

Make kin, not buildings: dieci anni dello studio Parasite 2.0 raccontati attraverso l’intervista di Salvatore Peluso, amico di lunga data del collettivo e oggi giornalista di design, accompagnata da una selezione fotografica di alcuni dei loro migliori lavori.

Intervista di Salvatore Peluso

Ho conosciuto Eugenio, Luca e Stefano nel 2010, forse addirittura prima della nascita di Parasite 2.0. I tre facevano spesso capolino nell’aula in cui seguivo il laboratorio di Progettazione Architettonica 1. Passavano a salutare Antonio Ottomanelli, un mio professore che poi è diventato nostro maestro e amico. Da allora abbiamo lavorato spesso assieme, fatto viaggi e feste, vissuto nelle stesse case per quasi quattro anni. Da quando ho preso la strada del giornalismo mi è capitato anche di scrivere dei loro lavori, ma questa è la prima volta che li intervisto: devo sintetizzare il loro percorso professionale, che quest’anno raggiunge il traguardo dei 10 anni.

Non credo che riuscirò a descrivere oggettivamente il profilo di Parasite 2.0. Il gruppo/studio/collettivo (in inglese c’è un termine più ambiguo che descrive le pratiche indisciplinate: agency) oggi lavora dislocato tra Milano e Londra e si propone di “indagare lo stato degli habitat umani, agendo in un ibrido tra architettura, design e scenografia”.

Parasite 2.0 Portrait, da sx Stefano Colombo, Luca Marullo, Eugenio Cosentino — ph. Tomasz-Koszewnik

La scelta di iniziare il testo raccontando questioni private è funzionale a parlare di un concetto, l’amicizia, che per me è cruciale per raccontare la loro storia artistica. “L’amicizia è il cemento della comunità politica” scriveva Aristotele. Il termine filía, nell’Antica Grecia, toccava tutti gli aspetti dell’esistenza umana, non solo i rapporti personali ma anche la vita pubblica e lavorativa. In un epoca in cui è crollata ogni barriera tra pubblico privato, tra vita individuale e collettiva, è impossibile concepire l’amicizia come una questione personale e riservata, che possiamo coltivare all’interno di uno spazio delimitato della vita: il tempo libero, il week end, le vacanze.

Il concetto di Political Frienship è stato indagato anche da Ethel Baraona Pohl, numerosi testi e progetti. “How can the fundamental experience called frienship be mobilized ad a political force today? […] Which friendly modes of doing and orienting together can empower new forms of co-existence?” chiede la scrittrice e curatrice.

Nella visione romantica che ho di loro, questi sono i quesiti che guidano l’opera di Parasite 2.0. E sono delle questioni che, oggi, chi vuole “indagare gli habitat umani” non può eludere. Storpiando il controverso appello della filosofa Donna Haraway, riassumo il lavoro di Eugenio, Luca e Stefano con il motto “Make kin, not buildings” (create legami, non edifici).

↳ Footprint — ph. Stefano Colombo

SP: Volevo iniziare la conversazione con un vostro progetto recente: Collective of Collectives (un collettivo di collettivi), che racconta bene quella che secondo me è la vostra attitudine più importante: la volontà di coinvolgere sempre altre persone nei vostri progetti.

EC: Collective of Collectives è un progetto che abbiamo sviluppato per Forecast Platform, una residenza annuale che si tiene a Berlino, a cui abbiamo partecipato nella sezione “Activism in design”, con Jerszy Seymour come mentore. Una volta superata la prima fase della selezione, abbiamo presentato il nostro progetto in Germania, dichiarando che nel caso avessimo vinto avremmo voluto coinvolgere anche gli altri gruppi arrivati in finale con noi. Tutti insieme abbiamo prodotto un mixtape audio che avremmo dovuto utilizzare per una delle nostre performance, che purtroppo è stata annullata per via del Covid. Parlando di attivismo nel design, volevamo andare contro certi meccanismi di competizione e gerarchia, e condividere l’eventuale vittoria. Per immaginare nuove forme di vita collettiva dobbiamo pensare anche nuove strategie per lavorare insieme.

LM. Da quando è nato il gruppo, dieci anni fa, abbiamo sentito la necessità di negare la figura dell’architetto come pensatore solitario, che da solo risponde a questioni che hanno poi impatto sull’intera collettività. Quindi, per noi è naturale coinvolgere altre persone che ampliano il dibattito e grazie a cui mettiamo continuamente in discussione il nostro lavoro.

SC: Questo approccio è poi maturato negli anni. Un’esperienza importante in questo senso è stato il progetto Primitive Future Office, una residenza negli spazi di Via Farini in Residence, dal settembre al dicembre del 2014, durante il quale abbiamo realizzato una serie di interviste, confluite poi in una pubblicazione omonima. Abbiamo cercato di comprendere come la cultura collaborativa contemporanea possa influire nella pratica architettonica. Molti progetti sono dichiaratamente condivisi, altri in modo tangenziale, ma in ogni caso cerchiamo di costruire un dibattito più ampio rispetto a quello che potremmo fare da soli. Cerchiamo sempre di interagire con autori e figure che ci possono aiutare a creare una base teorica solida, ma pensiamo anche a spazi che possono essere manipolati da azioni collettive.

↳ Grifoni FW 2019 Milano

SP: Qualche giorno fa sfogliavo di nuovo The Age of Earthquakes, un libro che so essere di grande ispirazione anche per voi. In un passaggio della pubblicazione curata da Basar, Coupland e Obrist, si dà la definizione di generazione “89plus”: quella “nata dopo il crollo del muro di Berlino e le proteste di piazza Tienanmen”, e che “è cresciuta interamente in un mondo di economia e politica fallimentari”. Noi invece abbiamo spesso parlato di generazione post-2008, cioè che sono state segnate dall’instabilità dovuta alla crisi finanziaria. Volevo chiedervi quali sono i fattori che secondo voi hanno determinato il vostro modo di pensare e agire.

SC: Noi non abbiamo vissuto il processo di fallimento come invece è accaduto alla generazione immediatamente precedente alla nostra, che aveva iniziato a costruire un percorso che poi si è dissolto continuamente. Noi siamo partiti da zero in un contesto che era completamente nuovo, in cui era impossibile concepire l’architettura in modo tradizionale. Poi da parte nostra c’era anche l’esigenza di fare qualcosa che abbia un valore, di trovare un ruolo nel mondo, e soprattutto voler fare sin da subito qualcosa di fisico e concreto.

LM: Certe volte mi chiedo cosa avremmo fatto se ci fosse stata un’accessibilità diversa al mondo del lavoro; se la nostra storia sarebbe diversa. In realtà non credo: da parte nostra c’è sempre stato il rifiuto di concepire l’architettura come un elemento permanente nel tempo. Per noi lo spazio va sempre ripensato, come noi ripensiamo continuamente la nostra pratica.

EC: Il modo in cui lavoriamo con lo spazio è metafora di molte altre cose, e del modo in cui intendiamo il nostro stesso lavoro. Tornando alla questione 1989-2008: non ti saprei dire quali sono le conseguenze dirette nel fatto di essere nato alla fine degli anni Ottanta, ma so esattamente quali sono le conseguenze (nella mia vita personale e lavorativa) dovute alla crisi finanziaria.

↳ Take Them to the Waiting Room — ph. Stefano Colombo

SP: Per me è anche la comprensione di come speculazioni finanziare e urbanistica siano strettamente legate. Vedi il libro Rebel Cities di David Harvey. Questo mette per forza in crisi l’oggetto architettonico in sé.

SC: Come era? “L’Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce”.
LM: Si, Le Corbusier.
SC: Su questi concetti siamo sempre stati un po’ disillusi.
LC: Chi usa le trasformazioni urbane come strumento di profitto ha vinto nell’aver fatto credere all’architetto che lui è il maestro dell’abile gioco dei volumi sotto la luce, mentre lui è una pedina. La scelta di un architetto piuttosto che un altro spesso è solo funzionale a creare una narrazione che poi serve a far crescere di valore l’intervento stesso.

Copenhagen International Fashion Fair — ph. Stefano Colombo

SP: La vostra critica alla figura tradizionale dell’architetto ha trovato una forma compiuta nel vostro concetto di Architetto Neofiliaco: una figura in continua evoluzione, ossessionato dalla ricerca del nuovo. Questa definizione, che trovo positivamente ambigua, per me ha tanti livelli di significato. È una figura che risponde al mercato contemporaneo, che impone spesso di lavorare a molti progetti di dimensioni e budget ridotti. Questo ti costringe a sviluppare un pensiero compiuto anche per parti. Un altro aspetto, sicuramente positivo, è che questa figura è capace di riadattarsi costantemente e di seguire un dibattito che si evolve a dei ritmi vertiginosi

LC: È lo stesso discorso che facevo prima, per cui lavoriamo sugli spazi per fasi ed esperimenti successivi. Lo stesso lo passiamo applicare al lavoro. Immagino che a te non capiti mai di scrivere un trattato di 100 pagine ma magari 500 articoli, che poi nel tempo puoi mettere insieme e costruire un filone. Questo ti permette di reagire agli sbagli e alle prese di posizioni errate, dando una forma diversa al lavoro e al pensiero. La nostra è una continua fase laboratoriale. Non credo ci sia mai stato per noi un momento di stasi. Anche il Covid ci ha portato a riformulare l’organizzazione interna del gruppo: adesso lavorare da remoto per noi è la normalità.

EC: Un altro aspetto importante è quello della comunicazione, che ha dei ritmi vertiginosi. Oggi è quasi impossibile scomparire per cinque mesi dal mondo dei social. Quindi il fatto di fare 500 articoli da due pagine è funzionale anche da questo punto di vista.

↳ Temporary Lovers — ph. Tiberio Sorvillo, Luca Guadagnini

SP: Ditemi tre dei vostri progetti che considerate delle pietre miliari per la vostra carriera.

EC: Uno recente è la mostra alla Triennale di Milano su Giancarlo De Carlo [“I quaderni di Giancarlo De Carlo”, aperta dal 24 gennaio al 29 marzo 2020, ndr]. È un lavoro in cui abbiamo raggiunto un livello di qualità e maturità secondo me molto alto, o per lo meno di cui siamo molto soddisfatti: un progetto di allestimento per un’istituzione importante, con un determinato budget e un conseguente livello di complessità nel coordinamento. De Carlo è poi un autore che è stato fondamentale per la nostra crescita intellettuale e lavorare sui suoi quaderni è stato molto interessante.

SC: Uno è sicuramente il progetto MAXXI Temporary School [un padiglione temporaneo che lo studio ha realizzato nel giardino del museo romano dopo aver vinto YAP MAXXI 2016, ndr].

LM: Quel progetto ha dentro molti elementi che caratterizzano la nostra ricerca: è uno spazio che ha una sua potenza visiva e che può essere abitato e usato liberamente. È poi un luogo di dibattito dove sono state organizzate tutta una serie di attività pensate da noi parallelamente al progetto del padiglione.

SP: Avete sviluppato una narrativa che va al di là della definizione di uno spazio. Da menzionare c’è anche la app che avete sviluppato per far vivere il progetto anche nel mondo digitale. Nel 2016 non c’erano ancora i filtri Instagram, ma voi avete fatto qualcosa di molto simile, utilizzando il padiglione come un green screen per catapultare il visitatore in scenari post-naturali.

SC: Io sono affezionato anche al progetto “Temporary Lovers”, realizzato per la galleria ar/ge kunst di Bolzano. In questa mostra abbiamo introdotto, per la prima volta in maniera strutturata, un’attività laboratoriale e performativa. Il progetto aveva molti livelli: si lavorava sullo spazio, sul design di alcuni arredi, c’era un workshop di 12 ore con degli studenti e la libertà di intervenire sugli oggetti.

Chair #1 — ph. Luca Marullo

SP: Recentemente, è abbastanza facile trovare oggi studi o autori che non si rinchiudono in un ambito disciplinare specifico. Ultimamente si parla sempre più spesso della commistione tra arte e design o architettura e performance. Voi siete stati da sempre interessati a queste ibridazioni, ma credo che ci sia una caratteristica che vi contraddistingue nel panorama contemporaneo: l’influsso che la musica e le controculture urbane e musicali esercitano sul vostro lavoro. Ogni genere è infatti definito da un’estetica precisa e anche da pratiche spaziali che voi reinterpretate e cercate di applicare anche in altri contesti.

LM: Questo è un aspetto che ci ha consentito di trovare nuove suggestioni fuori dai circuiti convenzionali. Pensa ai produttori hip-hop che campionano dei brani di altri musicisti per creare i tappeti musicali su cui i rapper dicono parolacce o parlano senza alcuna conoscenza delle regole grammaticali, o senza nessuna nozione di musica. Alcuni magari lo trovano irrispettoso ma loro lo fanno senza porsi il problema. Magari il sample utilizzato è una composizione di Mozart. Il mondo dell’architettura è molto più normato ed è difficile lavorare con libertà. Diciamo che la prima cosa che ci ispira è l’attitudine: il disprezzo per l’autorità e l’autorialità imposte dal mondo dell’architettura tradizionali. Ci consideriamo liberi nello sperimentare tecniche e materiali in modo inconsueto.

EC: Ci interessa anche il potere che la musica ha nell’avvicinare le persone e creare situazioni uniche e incontrollate. Discoteche, block party e rave uniscono persone provenienti da contesti urbani, economici e sociali anche molto diversi tra loro. Si ritrovano in una condizione di uguaglianza e accomunati dalla medesima passione o interesse.

↳ Dark-a-sutra — ph. Camille Blake

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@parasiteparasite

Interview: Nicolaj SerjottiVideo: Palazzi D’Oriente – Gatekeepers / In Waters
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