Interview + Podcast: Anna Magni, Ci Pensi Mai?

Anna Magni non si definisce un’illustratrice. Il suo libro “Ci Pensi Mai?”, pubblicato da Rizzoli Lizard, è uscito lo scorso 29 Giugno. RFM l’ha fotografata, intervistata e registrata con un podcast in cui racconta la storia del suo progetto più importante: Disegnini.

Ascolta il podcast su Spotify:

Opening track: Ayce Bio – Jazz Affair (Funclab Records)

Intervista e immagini © Riccardo Fantoni Montana, Ptwschool

Conosco Anna da anni, ed erano anni che avrei voluto iniziare un’introduzione su di lei con questo (bellissimo) gioco di parole. Ci siamo incontrati nel suo studio a ridosso dell’uscita del suo primo libro, immersi nel caldo di fine giugno a Milano. Anna ha la fortuna di lavorare letteralmente sotto casa e il suo giardino condominiale è una location incredibile, un giardino botanico in miniatura, tra alberi di albicocca, una vite, un pero, altri fiori e piante che ogni giorno una signora anziana annaffia pazientemente. Si respira calma. Ed è proprio questa parola, “calma”, che sintetizza l’approccio a tutte le cose di Anna Magni, designer, partita iva di sinistra, non-illustratrice, artista, filosofa scontornata.

Ciao Anna, oggi ti vedo più tranquilla, l’ultima volta che ci siamo visti eri reduce da due eventoni per la settimana del Pride, la tua Buddy Queer Bikes e Marciona. La prima l’hai organizzata tu insieme ad altri amici e amiche, nella seconda invece hai partecipato con tutto il tuo entusiasmo e orgoglio. Come sono andati questi due eventi e cosa significano per te?

Innanzitutto ciao! La settimana scorsa (fine giugno, ndr) è stata un fuoco, un delirio anche psicologico. È stato bellissimo. Sono andata via un attimo da Milano per una settimana, poi sono tornata nel pieno della vita reale e con alcuni amici ho organizzato la Buddy Queer Bikes. È una pedalata tra amici per portare a spasso il nostro orgoglio, l’abbiamo chiarita così, con queste parole. Siamo alla seconda edizione, la prima è nata l’anno scorso perché – per ovvie ragioni – non esisteva il Pride.

Quest’anno non sapevamo se rifarla, ma alla fine in tanti ce l’hanno chiesto e così è stato. Tutto molto bello, divertente, ma anche molto faticoso e quando si organizzano cose spesso non te le godi. Ma rispetto all’anno scorso eravamo più organizzati: bici-cargo, cassa, un eventino alla fine, un’amica che metteva musica. Ovviamente un evento ristretto, eravamo una settantina di persone, tutto molto “randomico”, ma spontaneo, ci tengo a specificare questo aspetto.

Il giorno dopo ho partecipato a Marciona, un contro-Pride con un’ideologia che sposo molto, che va fuori da tutti i meccanismi del Milano Pride e le sue dinamiche molto capitalistiche e “milanesi”. Appoggiando la loro filosofia, mi sono sentita a casa in quei momenti. Sì, sono davvero stati due giorni molto intensi.

Ricapitolando: hai fatto una settimana a Barcellona, tra smartworking e vacanze, poi una settimana a Milano con questi due eventi fisicamente e mentalmente molto impegnativi, infine, al rientro hai visto per la prima volta il tuo libro e hai partecipato al tuo primo evento firmacopie, giusto?

Ah, lì è tutto istinto che va eh. In realtà non avevo idea di quello che stessi facendo. È andata da dio, non era una presentazione, ma un firma-copie nel primo giorno ufficiale di uscita del libro in tutte le librerie, il 29 Giugno e quello che volevo era un ambiente intimo con amici, e una festa. Così è stato. Al momento non mi ero resa conto; il giorno dopo mi sono resa molto conto (ride, ndr) di quello che è successo (io sono sempre un po’ lenta a realizzare) – ed è stato molto bello. Sono Felice.

Quindi la classica domanda: com’è nata questa collaborazione con Rizzoli e Rizzoli Lizard e come si è sviluppato tutto il vostro processo di editing e selezione dei lavori, pubblicazione, comunicazione e quant’altro?

E la classica risposta sarà “ti ringrazio per avermi fatto questa domanda”. Ahah.
In realtà avevo in mente questo bimbo (il libro) da un anno. La proposta di Rizzoli è arrivata esattamente un anno fa, ne parlavo con il mio editor proprio all’evento, esattamente subito dopo il primo lockdown, quello che ci ha segnato a tutti nel profondo.
Durante il primo lockdown non ho lavorato, zero. Mi annoiavo molto. E dato che sono una persona che deve tenersi sempre attiva, in quel periodo ho fatto veramente tanti Disegnini.

Ogni disegnino per me è un’emozione che devo trasporre su carta per una mia esigenza personale. È come un cruccio che devo buttare fuori. Figuriamoci, quindi, in lockdown! Quanti disagi c’erano nella nostra testa? La pagina era molto seguita (anche perché la gente non è che avesse tanto da fare), quindi era anche più predisposta a seguire una pagina del genere.

Quando ho ricevuto la prima chiamata da Rizzoli e dall’editor, che mi ha seguito per tutto il processo, all’inizio non volevo crederci. Dopotutto Rizzoli Lizard è un nome abbastanza grosso. Poi, proprio per il fatto che realizzo le cose sempre con tempi biblici, ho detto solo “AH, OK”. Devo confessare, però, che forse ho realizzato in maniera definitiva solo martedì scorso, quando è uscito il libro.
È stato un lavoro di un anno ed è avvenuto in maniera molto naturale.

Questa spontaneità si percepisce molto dalle pagine di questo tuo lavoro: c’è molta cura, molta struttura, mi è piaciuto il modo in cui è stato impostato l’indice, la capitolazione, sembra come se questo libro ce l’avessi in testa già da tanto

Disegnini è una specie di diario digitale. È stato tutto molto semplice per due motivi: il primo è che mi escono sempre in maniera molto naturale, il secondo è che non ho seguito una storia. Questo libro è la raccolta effettiva di otto anni di Disegnini. Quello che per me è stato fondamentale – infatti ho apprezzato che ci abbia fatto caso e che ti sia piaciuto molto – è stato proprio capire come racchiuderli. Secondo me come li ho racchiusi in questo libro era l’unico modo possibile. Vivendo, affrontiamo tante questioni, tanti problemi (ovviamente problemi legati al mondo in cui viviamo noi, Milano, lavoro, condizione sociale più o meno agiata), ansie, e capirai che le problematiche e gli argomenti sono infiniti. Mi è piaciuto trovarne un tot e racchiudere i Disegnini all’interno di questi argomenti.

Si può dire che la tua sia una satira su una microsocietà, sul “ceto sociale” del lavoratore freelance. Ed è un riflesso di te stessa, molto autobiografico, e chi ti conosce può individuare determinati spunti e riferimenti. Non cerchi di andare contro un sistema, ma parli di problemi quotidiani, di ragazzi della nostra età che si ritrovano nel mondo del lavoro, nella vita di una Milano frenetica, in una Milano con le sue contraddizioni, di società e di stile di vita. Una cosa che vorrei chiederti riguarda l’attivismo LGBTQ+ che non entra molto nei Disegnini. Potresti tranquillamente cavalcare il movimento nel tuo progetto, cavalcare un’onda, ma non lo fai, perché?

No, non lo faccio per vari motivi. I Disegnini è una riflessione mia, è il risultato di un approccio individualista e istintivo su come vivere la vita. Se ho un problema lo risolvo facendo un disegnino, mi fa stare meglio e ho la mia revenge per alcune insoddisfazioni che ho avuto sul mondo del lavoro, nelle relazioni, la famiglia.

Ci sono anche dei dissing dentro?

Sì, che non sveleremo, ma ci sono!

Cioè chi ti ha fatto del male legge il disegnino e si ritrova.

Sì, oppure cerco di partire da una mia esperienza e cerco di generalizzarla. La mia filosofia è: “parto da me perché attorno è tutto sbagliato” e da lì ho capito nel corso del tempo anche il feedback che ho nei confronti dei Disegnini. Sono capiti da tanti, nonostante siano tutti ragionamenti personali, una persona ultimamente mi ha detto: “hai idea di quante persone si rileggono nei tuoi Disegnini, ‘ci pensi mai?’, citando il libro”.

Io me ne sto rendendo conto solo adesso, perché forse questa è la punta dell’iceberg e la maggior validazione del progetto. È proprio il mio partire da una coscienza individuale per raggiungere quella collettiva, tanti fanno il processo inverso, ma sono due modi diversi di approcciarsi alla vita, ma io sono fatta così, anche nella vita e nei progetti che faccio ho bisogno di avere il mio spazio, il mio piccolo buco dove lavorare e avere le mie riflessioni per poi buttarle fuori. È vero che con Disegnini c’è la pagina Instagram, adesso c’è un libro e così via, ma innanzitutto sono io che prendo il foglio e il pennarellino e disegno per un mio cruccetto, una mia insoddisfazione o riflessione.

Quindi tornando alla domanda di prima sul cavalcare il movimento?

La mia è un po’ una visione universale. Essere al mondo in un certo tipo di società, che prescinde da chi sei, da chi ami, con chi vai, le sensazioni che provi. Il fatto di cavalcare l’onda non mi è mai piaciuto. Mai. Se qualcosa va di moda so già che non interesserà. Vorrei sempre stimolare il contro-pensiero. Io non mi definisco un’illustratrice, ma capisco che ci sono tanti illustratori che invece lo devono fare. Per esempio c’è la testata Libero o la testata X che crea scalpore e indignazione, allora tutti si esprimono con i loro disegni per dire la propria su un tipo di argomento che nel frattempo è diventato hype. Ma non solo, anche per le cose belle, come il Milano Pride, o il Pride in sé. Ecco, semplicemente quando c’è hype preferisco sempre defilarmi, perché tanto so che ci sono tutti gli altri e mi sembra di dare voce a un “monopensiero”. Io vorrei tirarmi fuori da queste dinamiche.

Poi, sia chiaro, non sto dicendo che non sono una che segue la massa, anche perché lo reputo inevitabile con lo stile di vita che abbiamo. Però, con le cose che faccio, cerco di guardare le cose sempre da un’altra prospettiva. È una cosa mia, fa parte della mia evoluzione.

Disegnini nasce nel 2012/2013, parallelamente a tantissimi altri progetti che hai fatto e stai facendo in questi anni. Tra gli ultimi, durante il lockdown, le playlist corte, i cavalli scontornati, con cui ci siamo conosciuti all’epoca (2011 ndr), Partite Iva di Sinistra, che è un’altra iniziativa stupenda, però ricordiamoci che sul tuo bigliettino da visita c’è scritto “Designer”, designer di te stessa, designer di idee. Come fai a convivere con tutte queste idee, con tutti questi tuoi progetti? Quante personalità riescono a gestire tutte questi output?

In realtà non sono così multitasking (ride, ndr), infatti alcuni progetti sono morti, gli diamo dei bacioni, però rimangono leggende. Sono tutti progetti che nascono come nasce un disegnino. Disegnini è il progetto con cui ho avuto più costanza e infatti ora sto raccogliendo i frutti. Ho fatto un libro. Mentre con gli altri non ho mai avuto costanza, ma la base, l’impeto iniziale, è proprio il dovermi esprimere su alcune idee e alcuni concetti che ho. Ovviamente di base sono designer, quindi ho un approccio molto estetico che circonda tutto il mondo della comunicazione. Magari se vai e scavi a fondo non c’è molto concetto, potrei approfondire molto di più, ma è tutto di getto e molto spontaneo e niente di forzato, proprio per questo motivo tante cose, dato che non c’è la forzatura, sono accantonate perché in quel momento non ho la voglia o lo spirito per continuare.

Con Disegnini ce l’ho sempre avuta, magari con dei periodi un po’ buia, con zero scrittura, altri un po’ di più… Ma c’è stata sempre costanza in questi 8 anni. Mentre questi qua che mi dici no. Però io sono anche molto affezionata a non forzare, avere le cose non spontanee. Per esempio Cavalli Scontornati nasce su Tumblr, perciò trovo molto bello che lì nasca e lì muoia.

Continuo ad aggiornare il tumblr di Disegnini perché è una delle piattaforme che ho amato e amo tuttora.

Mentre Disegnini su Tik Tok? No eh?

Io non sono della generazione tik tok, sono, siamo, dei migranti digitali che hanno vissuto internet dal 56k in poi, con i floppy disk, non so te, ma io ho iniziato ad approcciarmi al computer con la riga di codice, il dos, per poi arrivare fino adesso a parlare di instagram tumblr ecc.

Ma sì sei una boomer, siamo boomer evoluti

Esatto, siamo boomer evoluti con delle disperazioni dentro perché stiamo vedendo tutti questi cambiamenti. Non è che siamo sempre predisposti ai cambiamenti, e sempre predisposti a governare un mezzo, io Tik Tok lo guardo, spengo il cervello, rimango lì due minuti, ma non potrei mai generare io un contenuto lì con le cose che faccio.

Prima nella nostra chiacchierata pre-intervista, mi facevi anche questo discorso molto interessante. I Disegnini vengono capiti da quelli della nostra età, quelli leggermente piu giovani, ma già quelli più piccoli proprio per una questione di riferimenti culturali farebbero fatica.

Partiamo da una base che noi trentenni li capiamo questi Disegnini. Sicuramente anche altre generazioni li possono capire, però per alcune cose secondo me no. Il quindicenne potrebbe capirlo, magari quando ci sono delle cose più sentimentali (ho questo lato tenerone che faccio vedere e sicuramente lì vengo capita). Però altre cose, alcuni dissing, come quelli che dicevamo prima, che sono magari nel mondo del lavoro della tecnologia, per come vanno alcune cose, adesso magari non vengono troppo capite.

Certe cose si capiscono solo quando si va veramente a sbattere con la faccia contro il muro si hanno quelle delusioni, quegli struggle della vita che da una parte ti rendono più forte, dall’altra ti fanno fare il disegnino però solo in quel modo lì si riescono veramente a capire.

Dicevamo prima che sul tuo bigliettino da visita sei designer, come va oggi il tuo lavoro da freelance? Sei ancora una partita iva di sinistra?

Assolutamente sì, fierissima di esserlo!

Sì, ma allo stesso tempo stai curando molto l’aspetto lavorativo, non sei più la giovane freelance che magari ha un certo timore nell’affrontare progetti più grossi, inizi anche tu a strutturarti, avere una base di clienti, insomma, come sta andando questo tuo percorso e come influisce sulla tua sfera più artistica? Cerchi sempre di tener distinte le cose, no?

Sì assolutamente, per me Disegnini rimane uno sfogo, scappare dalla realtà che vivo tutti i giorni. Ci tengo molto a mantenere questa cosa. Il mondo si divide sempre in vari emisferi, in vari gruppi, eccetera; non è detto che una persona sia portata per essere partita iva, come non è detto che chi è dipendente debba per forza fare la partita iva. C’è gente che sta bene a fare il dipendente, c’è gente che non sta per niente bene ad essere dipendente, ad avere un capo lì sopra che gli dice cosa fare.

Io ho lavorato in azienda, se tornassi indietro lo rifarei, perché mi ha dato una base importantissima, ma ora, nonostante tutte le difficoltà che è avere una partita iva adesso, sono fierissima della scelta e continuerei ancora così per un po’. Poi mai dire mai. In realtà mi sta aiutando molto perché ora vedo che comunque tutto quello che ho imparato per essere indipendente mi sta anche aiutando nel gestire l’uscita del libro, la comunicazione, sto sfruttando tutto quello che ho imparato in questi sei anni di freelance e lavoro.

È un po’ come quando semini semini semini e a un certo punto inizi a raccogliere tutto, è una sensazione pazzesca, non era mai successo, adesso è proprio la validazione massima.

Ma visto che nella vita mai ci godiamo niente, sono già preoccupata per il dopo.

Ho sempre pensato, anche prima dell’uscita del libro, che Disegnini avesse tantissime potenzialità di crescita, sarebbe bello fare un’edizione internazionale ad esempio, perché molte tue riflessioni valgono per quasi tutte le culture. Ma al di là di questa mia idea, personale, mi hai detto che ci saranno delle collaborazioni in futuro, ma che saranno scelte accuratamente. Quindi, domani, Disegnini potrà diventare un brand, una realtà consolidata o pensi che rimarrà sempre e solo la tua isola felice? “Ci pensi mai” che potresti realmente abbandonare tutto e diventare un’artista a 360 gradi?

È la cosa che sto pensando da giorni e giorni. Appunto, Disegnini è la mia isola felice, poi c’è il lavoro. Se sei propenso a fare solo le cose che ti piacciono, prima o poi arrivano anche a livello lavorativo e le persone ti chiederanno di fare quello che ti piace. Quindi, a livello lavorativo, da designer mi sto prendendo le mie piccole soddisfazioni. Però c’è sempre il cliente: in agenzia c’era il capo, adesso c’è il cliente, adesso che sono capo “presso me stessa”, c’è sempre il cliente che ti dice sì o no.

Mentre con Disegnini no.

Magari potranno nascere delle collaborazioni in futuro, con Disegnini, però io voglio mantenere l’idea di avere questa isola felice. Mi rendo conto che abbiamo tutti bisogno di valvola di sfogo. Io l’ho trovata così, ma chiunque può trovarla in altri modi. Adesso sto studiando, sto capendo, come poter far evolvere questo progetto, perché ovviamente è una soddisfazione anche prendersi qualche merito, non te lo nego, però vorrei mantenerlo il più spontaneo possibile.

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