Premiere + Interview: Deepho – Tre Parole / Samo

Voci distorte e dilatate come risucchiate dall’orizzonte degli eventi di un buco nero, rumorismo claustrofobico, strumenti e campionatori usati come giocattoli, fraseggio ipnotico e ossessivo. Questi sono gli elementi che caratterizzano i brani Tre Parole e Samo, due nuovi singoli del rapper di Parma Deepho che anticipano l’album di prossima uscita per peermusic Italy. Esce oggi il video di questa doppia release, qui in anteprima accompagnata da una breve intervista:

Ascolta: Deepho – Tre Parole / Samo

Un delirante flusso visivo di due minuti e nove secondi, girato insieme a Giorgio Cassano e Bruno Raciti, che mette in scena l’immaginario giocoso e visionario del giovane artista di Parma (all’anagrafe Matteo Di Felice, classe 1997) che ha registrato il suo nuovo disco, prossimo d’uscita, durante l’isolamento di queste ultime quarantene e zone rosse, dove le dimensioni dello spazio e del tempo, tra le quattro mura di casa, spesso si sono sovrapposte. La voce di Tre Parole – brano prodotto da Underwater – è stata registrata sfidando le leggi del sound design, davanti al ventilatore di casa acceso cercando di riprodurre un effetto elica che disorienta l’ascoltatore, ma che allo stesso tempo lo fa immergere nell’asfissia da lockdown. Samo, la seconda traccia di questo doppio singolo, prodotta da Michael Mills, è una danza caotica scomposta tra rumori e percussioni che porta con sé un messaggio di sdegno nei confronti di un sistema che non guarda in faccia a nessuno pur di trarre profitto. Il titolo del pezzo è un omaggio a Jean Michel Basquiat.

Nell’iniziale Tre Parole il video è quasi un monologo interiore formato mp4 che segue il tragitto in macchina – sfocato e a scatti, come i movimenti dello street view di google – di due giovani, cappellino in testa e joint tra le dita, fra le strade di una cittadina di provincia. Nello stacco con il secondo pezzo, Samo, lo scenario si trasforma in un luogo straniante fatto di dune sabbiose, macerie urbane e mezzi militari che girano a vuoto.

Sono armi giocattolo quelle in mano a Deepho e a Michael Mills (produttore di Samo) e mentre i due giocano a fare la guerra con fucili di cartapesta colorata, come a prendere in giro “chi, nei video, le armi finte te le vuol far passare per vere”, ci ritroviamo in una sorta di campo da paintball e non in un quartiere della Striscia di Gaza o fra i vicoli di Gomorra.

Per entrare meglio nel mondo (delirante, appunto) di Deepho abbiamo approfittato di questa premiere per fargli qualche domanda:

Ciao Matteo, è un piacere conoscerti e poter sentire così da vicino il tuo forte potenziale espressivo. La nostra prima domanda riguarda la scrittura – quasi a flusso di coscienza – dei tuoi pezzi. Qual è il tuo approccio generale ad essa? E come hai lavorato in particolare alla scrittura dei testi di questi due singoli?

La scrittura ha diversi approcci, o almeno nel mio caso è così. Credo che uno dei miei punti forti sia far fuori uscire “più Deepho” dallo stesso testo, quindi a questo fattore la lirica si adatta. Non ho una ricerca delle parole che dici “wow, il nuovo leopardi”, però ogni parola è messa in un certo punto perché possa essere esaltata dalla voce, le frasi che scelgo, vengono scelte con il fine di impattare sull’ascoltatore e allo stesso tempo farlo ragionare.
Il testo di samo è la rabbia, la frustrazione. Il testo di tre parole è la noia, la consapevolezza.

Abbiamo letto che hai lavorato a questo album, in uscita prossimamente su peermusic Italy, durante il lockdown. Quanto ha influito il cosiddetto “isolamento forzato” sulla tua vita di tutti i giorni e di conseguenza sulla tua musica? Ci sono stati anche dei risvolti positivi (speriamo di sì)?

In realtà vi devo correggere, perché lo sviluppo di tutto il disco abbraccia un arco di tempo che include anche il periodo prima del lockdown. Ad esempio, SAMO, è uno dei pezzi più datati (dicembre 2019) assieme ad altri due del progetto. Ad ogni modo, la pandemia come per tutti è stata una fitta alle costole, uno di quei momenti in cui ti chiedi “ma davvero sto vivendo un periodo del genere? “, da lì tutte le domande del caso, lo sconforto, il timore..
Ciò che ha smosso in me di positivo questa situazione è una vocina che dice “non puoi permetterti di perdere tempo”.. Non che prima non ci fosse, ma se prima arrivava a fine giornata, ora è onnipresente dal primo momento in cui mi sveglio.

Come sei entrato in contatto con Giorgio Cassano, Bruno Raciti e Nic Paranoia? Com’è lavorare con loro?

Allora, in pratica nel 2017 decisi di pubblicare il mio primo pezzo su yt. In mancanza di cover decisi di provare a farne una io, ma una volta girata a un amico di fiducia (Campa, anche citato in “Dita Cotte”) mi rispose: “fa cagare, ci penso io a svoltartela”. Così mi mise in contatto con Nic, che come lui viveva a Sorbolo, un paese a pochi minuti da Parma. Già ai tempi Nic dimostrava di avere un potenziale enorme, il primo lavoro non ci conoscevamo nemmeno, ma ricordo bene la prima volta in cui ci trovammo fuori a bere.. Dopo un ora era già mio fratello. È sicuramente questo l’aspetto che più mi gasa nel lavorare con lui, una dinamicità di pensiero che tante volte è difficile trovare anche nel più bravo degli artisti/grafici/registi. Da quella situazione ho deciso di combinare le conoscenze, e quindi lo presentai sia a Mike che a Dario.

Deepho, Deriansky, Michael Mills e Nic Paranoia, questa la formazione fino al 2018 (anno in cui ho pubblicato un mixtape) fino che, con l’anno nuovo, nel 2019, venimmo chiamati ad aprire un concerto di Jhonny Marsiglia. Ed è in questa situazione in cui subentra una new entry: Giorgio Cassano.
Gio si era dimostrato gasato sia della mia musica che dell’art work di Nic, così decise di venire a farci delle foto in quella situazione. Anche in questo caso la stima reciproca e il modo di vedere le cose hanno giocato a nostro favore. Così il team si è allargato. Da quel momento, essendo Gio inserito in vari contesti, Milanesi e non, abbiamo conosciuto diverse persone, tra cui Bruno Raciti. Bruno, gasato dal nostro essere così affiatati, decise di collaborare per tutto il lato video del progetto di Dario, Qholla. È proprio questo singolo, Qholla, che richiese 3 gg di riprese, ad averci legato. Da quel momento in poi ci siamo trovati a condividere letti, case, set. Posso affermare con tutta tranquillità che nel 2020 ho dormito più volte di fianco a Nic o Bruno, rispetto che a una ragazza.

In Samo c’è un riferimento a Basquiat, infatti SAMO© era la tag che usava nella metropolitana di Brooklyn, semi-acronimo di SAMe Old Shit. Qual è quindi il tuo rapporto con il writing e l’arte in generale?  Con questo disco stai lavorando anche alla costruzione di una tua estetica precisa?

Basquiat è sicuramente uno di quei artisti che consiglio a tutti di approfondire, figlio di un epoca florida per la creazione, portatore di un pensiero di arte molto più largo, anxhe di quello dello stesso Andy Whorol, con cui collaboró negli ultimi anni di vita.

Il movimento pop mi ha sicuramente influenzato, essendo il più vicino all’idea di “arte visiva” dei nostri tempi, ma ciò non toglie che possa andar fuori di testa per un Goya o uno Chagalle, l’arte è bella tutta, di qualsiasi periodo, dipende solo da te, da cosa cerchi all’interno di essa: sfoggio o riflessione?
Io in questo disco avevo bisogno di riflettere e, si spera, di far riflettere. Quindi si, oltre alla creazione del mio immaginario musicale, c’è una mia impronta anche in tutto quello che è l’aspetto visivo. Ad esempio, “Pyro” di Basquiat volevo io che fosse nella cover, o ancora, la prima parte del video di TreParole/Samo l’ho scritta io.

I producer musicali con cui hai collaborato per questi singoli gravitano tutti intorno alla tua città d’origine, Parma. Sarà così anche per le altre tracce del disco? Ci vuoi anticipare qualcosa?

Tutte le produzioni del disco sono state curate in gran parte da Michael, il mio produttore. Ci sono un paio di eccezioni di Deriansky, una produzione di Underwater e uno skit di Talpah che vi farà strappare i capelli. In linea di massima, visto il livello (alto) credo che queste persone saranno sempre presenti nella mia musica, sono come la colonna sonora della mia storia, ma ciò non toglie che possa avere già in cantiere qualcosa di nuovo con qualcuno di nuovo 😉

In Tre Parole c’è un riferimento a Famagosta (che non è lo stradone), e sappiamo che da Parma a Milano c’è poco più di un’ora di macchina. Qual è il tuo rapporto con la nostra città? Ci vieni spesso e quali sono i tuoi spot preferiti? Mentre a Parma dove ti possiamo trovare di solito?

Beh, Milano, cosa vuoi farci, è l’unica “metropoli”, se così vogliamo chiamarla, che abbiamo Italia.
C’è tutto. Musica, teatro, intrattenimento, moda, cocaina… Ah no scusa quella è ovunque. No, a parte gli scherzi, Milano ha sicuramente tanto da offrirti, dalla Triennale alle Colonne, da Tucidide al Macao, ogni volta che vengo torno che peso un kilo in meno ma con un esperienza in più. Non è sicuramente una città in cui vorrei vivere, sia la gente che lo stile di vita non è troppo la mia wave, pero è chiaro che per stringere contatti è la piazza migliore. Inoltre è la meta più ambita quando si vuole cambiare aria, ma il cambiare aria sta più nei contesti che nelle persone. Son dell’idea che tutto il mondo è quartiere, dallo stradone fino a Famagosta.

Per quanto riguarda Parma vi do una top 3 di posti dove potete trovarmi/ci:
– a casa di Dario
– a casa di Mike
–  al bar Tommasini/ple. Borri

Infine chiudiamo con una domanda “esistenziale”: si può parlare ancora di rap underground, oggi? Non ci riferiamo ai numeri ma piuttosto all’attitudine. Ci piacerebbe sapere il tuo punto di vista su questo tema

Eheh, bella domanda. Secondo me sì, però è chiaro che se prendi la situazione in Italia e la paragoni a quella di qualsiasi altra scena, di rap underground c’è poco o niente. Questo credo che sia dato dall’indole da pecorone Italiano e anche dal fatto che, fatto salvo alcune eccezioni, è un po’ di tempo che non si vede qualcosa di vero nascere dal niente. Io compreso, non riesco a definirmi rapper underground, per quanto possa avere tutte le caratteristiche per essere definito tale, questo perché il contesto da cui provengo non è quello di un rapper underground. Io ad oggi più che mainstream o underground divido gli artisti in: chi decide di essere se stesso e portare il suo messaggio, e chi invece veste i panni di un messaggio che non è il suo.

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