Tanzi! Part #1: Soviet Rock (1972 – 1991) → a mixtape by Giorgio Ruggeri

Tanzi! (dall’ucraino Танцы, dance) è un viaggio nella musica underground prodotta in Unione Sovietica. Il progetto, curato da Giorgio Ruggeri (WM#74) è diviso in due mixtape: uno dedicato all’universo rock e uno a quello dell’elettronica.

Il primo episodio di TANZI! ripercorre la storia del rock sovietico dal 1972 al 1991, un arco temporale che va dall’epoca della stagnazione all’inesorabile tracollo dell’URSS, che culminerà con la sua dissoluzione, la fine della guerra fredda e di quello che lo storico Eric J. Hobsbawm ha definito “il secolo breve”. Ma per quanto riguarda la musica, gli ultimi due decenni di vita del regime rappresentano anche la progressiva diffusione e l’inarrestabile imporsi di generi riconducibili alla sfera del rock, fino al 1985 formalmente bandito dallo Stato. Se l’apparato comunista era diventato un enorme stagno, le sottoculture musicali si muovevano come minuscoli torrenti sotterranei. Con l’allentamento delle restrizioni politiche e sociali che caratterizzò l’era di Michail Gorbačëv e della perestrojka, la produzione musicale e i concerti conobbero una nuova fase di incredibile proliferazione. Quella che fino a quel momento era stata una delle scene più underground della storia riuscì così a emergere e a irrompere nella sfera pubblica, influenzando e mescolandosi alla musica pop.

Facendo un passo indietro, per capire la parabola del rock targato URSS c’è da tenere conto che fu un susseguirsi di appropriazioni culturali di generi e stili musicali che arrivavano con ritardo e fatica dall’Ovest. Tra la seconda metà degli anni ’60 e i primi anni ’70, l’Unione Sovietica dovette fare i conti con la Beatlemania e con la conseguente diffusione di gruppi amatoriali che, come nel resto del mondo, emulavano le band britanniche e statunitensi, cantando nelle lingue locali. È il caso dei primi tre brani del mixtape, palesemente ispirati alla musica surf, al blues rock e al rock psichedelico – generi che evocano atmosfere a dir poco esotiche e surreali se si pensa al contesto dell’URSS. Ma negli anni ’70, tale ambiente non riuscì comunque ad impedire ai musicisti di sperimentare, di introdurre elementi del rock in altri generi musicali e di farli propri in maniere sempre più originali. Basti fare caso alle sole due tracce jazz-rock contenute nel mixtape: ‘Bolero’ degli Arsenal, non a caso basata sulla scala spagnola, è caratterizzata da un overdrive di chitarra, un basso aggressivo e una batteria incalzante che ricordano quasi la carica del punk; in ‘Predanie Araratskoj Doliny’ (“La leggenda della valle dell’Ararat”) della Vladimir Konovalov Jazz Orchestra, la melodia in scala araba degli ottoni è sostenuta da un groove funky esplosivo.

L’aspetto affascinante di tali contaminazioni sta nel fatto che il Cremlino considerasse il rock come un simbolo della decadenza dell’occidente e uno strumento di propaganda capitalista. In un certo senso non aveva tutti i torti: fu soprattutto attraverso la musica che la gioventù sovietica venne a contatto con quel mondo ad essa precluso, realizzando che la terra decadente e corrotta che era stata loro descritta fosse in realtà anche una terra di libertà d’espressione, di libertà artistica, di libertà sessuale (l’URSS non visse un suo ’68). Si può dire che la scoperta del rock abbia creato una frattura irrimediabile fra lo Stato e moltissimi giovani cittadini. Per quanto gli adolescenti americani ed europei si sentissero ribelli, alternativi e in contrasto con le generazioni precedenti ascoltando un disco dei Rolling Stones, la loro era comunque una cultura di massa, ampiamente supportata dal mercato e dai media. Le difficoltà cui dovevano far fronte i giovani dell’Est erano di tutt’altra natura: per loro, ascoltare musica rock richiedeva uno sforzo e rappresentava un rischio. Dimostrare di appartenere a una comunità musicale attraverso il proprio aspetto fisico poi, era un vero e proprio atto sovversivo. Uscire dal grigiore e dal conformismo del regime attraverso jeans di contrabbando, abiti stravaganti e, nel caso dei ragazzi, capigliature troppo lunghe, non era ammissibile per un sistema in cui la dimensione collettiva non lasciava spazio all’individualità. Essere rincorsi dalla milizia, venire arrestati e subire una rasatura forzata era un’esperienza piuttosto comune per gli hippie sovietici–una comunità davvero folta che, sebbene esteticamente e musicalmente non dissimile dall’originale americana, aveva un nemico ben diverso al quale opporsi.

In realtà era stato chiaro sin dagli anni ’60 che il regime non fosse in grado di soffocare la diffusione della nuova musica che si stava imponendo fra i giovani nonostante i divieti. Ciò risulta evidente dal goffo tentativo di addomesticare il pericolosissimo rock attraverso l’istituzione di gruppi musicali riconosciuti dallo Stato, da esso prodotti e distribuiti, i cosiddetti VIA (dal russo vokalno-instrumentalny ansambl, ensemble vocali e strumentali). Solo i VIA avevano accesso agli studi di registrazione della Melodiya, l’unica casa discografica ufficiale del Paese, così come erano i soli a comparire in trasmissioni radiofoniche e televisive e a potersi esibire in performance ufficiali. Tale modello permise al governo di darsi un tono progressista e permissivo, esercitando in realtà un forte controllo, soprattutto sui testi, che dovevano limitarsi a parlare di sentimenti umani, vita quotidiana e valori nazionali. Quest’ultimo aspetto valeva soprattutto i paesi baltici, occupati e sempre più desiderosi di indipendenza, ma anche per l’Ucraina, le altre repubbliche non russofone e le numerose minoranze nazionali presenti in quello che fu il più esteso stato del mondo, pari a circa un sesto delle terre emerse. Il mixtape è stato pensato anche per sottolineare questo aspetto, includendo brani in 9 lingue diverse. È interessante quindi soffermarsi anche sul peso che le varie culture nazionali, le lingue e le musiche folk delle varie repubbliche sovietiche abbiano giocato combinandosi agli stili musicali giunti dall’altro capo del pianeta. Il rock prodotto in Lituania, Lettonia ed Estonia ad esempio, ha un sapore molto più europeo, chiaramente per un fatto linguistico e geografico. Quello lettone in particolare godeva dell’influenza tedesca per via del porto Riga, e sembra un krautrock con misteriose tinte dell’Est, dovute ai costanti riferimenti ai canti tradizionali, di origini pagane. Il modo di cantare cambia molto se ci si sposta in Russia, allontanandosi sensibilmente dagli approcci canori a noi più familiari. Ma è soprattutto quando arrivano le voci e le scale tipicamente orientali delle repubbliche socialiste sovietiche dell’Uzbekistan o del Tagikistan che ci si rende improvvisamente conto di aver cambiato continente pur essendo rimasti nello stesso Stato federale. Tutto normale, in realtà. Tranne il fatto che siano siano pezzi disco.

La voglia di ballare, di divertirsi, di appropriarsi dei propri corpi e di usarli in modo non conforme alle linee del Partito furono parte integrante dell’ascesa di molte sottoculture giovanili. Le più diffuse furono quella hippie negli anni ’70 e successivamente quella punk. Dalla seconda metà degli anni ’80 infatti (quindi sì, sempre in netto ritardo), il punk rock diede ulteriore linfa vitale alla scena musicale sovietica grazie al suo approccio DIY, alla sua attitudine ribelle e alla sua natura underground. In un documentario sulla scena rock russa girato nel 1988, un membro della band Nebo i Zemlya affermò: “Il nostro è il Paese più punk del mondo. Non abbiamo bisogno di nessun contributo artificiale, il punk è davvero organico alla realtà russa”. Che in Russia il punk avesse trovato un terreno particolarmente fertile è un dato di fatto, tanto che la giovane musicista californiana Joanna Stingray rimase folgorata dalla scena di Leningrado durante un viaggio. La sua passione per il soviet punk la portò nel 1986 a collaborare con quattro band e a creare una raccolta dei loro brani, pubblicata negli Stati Uniti nell’LP Red Wave e pensata per farli conoscere al pubblico americano. Stingray e il disco contribuirono in maniera decisiva alla fine della censura del Cremlino, tanto che lo stesso Gorbačëv chiese pubblicamente: “Perché mai album come questo escono in America ma non qui?”

Di lì a poco, i muri che avevano creato sia quella condizione di isolamento che quella spinta creativa e di anticonformismo sarebbero crollati. Ma fu proprio quel contesto particolare a creare il bizzarro clash fra oriente e occidente, la continua tensione fra lecito e illecito, e il rapporto promiscuo fra linguaggi folk e e globali che stanno alla base del fascino che questi brani possono esercitare su di noi oggi. Il “rock del secondo mondo” sembra davvero venire da una dimensione parallela, straniante ma allo stesso tempo non poi così distante dalla nostra. Poterlo veramente apprezzare richiede lo sforzo mentale di capirne il contesto, così come di rinunciare all’italo/eurocentrismo e in generale all’occidentalismo che spesso condizionano (anche) la nostra cultura musicale. Superare questa barriera permette di scoprire un capitolo davvero suggestivo della storia del rock, e offre un’angolazione che complica ma arricchisce la comprensione di ciò che fu vivere al di là della cortina di ferro. Per avere un’idea più completa dell’underground sovietico non si può però prescindere dal particolare sviluppo che ebbe la musica elettronica in questo Paese. Ma questa è un’altra storia.

Ve la raccontiamo nel prossimo episodio di Tanzi! in uscita settimana prossima.

Tracklist:

1. Arièl – Ne iŝi menja ili privet (Russia, 1972)
2. Gintarėliai – Stebis tėtis ir mama (Lituania, 1972)
3. Redkaya Ptica – Instrumental (Russia, 1982)
4. Velly Joonas – Käes On Aeg (Estonia, 1980)
5. Imants Kalniņš + Menutets + Ilona Bāliņa – Dūdieviņš, (Lettonia, 1972)
6. Albert Asadullin – Priključenija malenkogo Muka (Tatarstan, 1983)
7. Nol – Ja živu na ulice Lenina (Russia, 1991)
8. Velly Joonas – Stopp, Seisku Aeg! (Estonia, 1983)
9. Imants Kalniņš & Menuets – Septiņas skumjas zvaigznes (Lettonia, 1979)
10. Suuk – Narkomaan (Estonia, 1976)
11. Arsenal – Bolero (Ucraina, 1979)
12. Vladimir Konovalov Jazz Orchestra – Predanie Araratskoj Doliny (Russia, 1978)
13. Mukaddas Nabieva – Falak (Tagikistan, 1977)
14. Raduga – Rassvetaet (Baschiria, 1979)
15. Mirdza Zīvere – Žozefīno (Lettonia, 1979)
16. Original – Sen Қajdan Bilasan (Uzbekistan, 1981)
17. Ansambl P/U Pavla Ovsjannikova – Vereteno (Russia, 1982)
18. Argo – A1 (Lituania, 1981)
19. NII Kosmetiki – Oboroten Lis (Russia, 1986)
20. Voplі Vіdopljasova – Tanci (Ucraina, 1989)
21. Vova Sinij + Bratja po razumu – Industrija (Russia, 1989)
22. Zvuki Mu – Gadopjatikna (Russia, 1989)
23. Hugo-Ugo – Ostavte nas v pokoe (Russia, 1990)

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